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C'era una volta il cinema

  • Immagine del redattore: voci coro
    voci coro
  • 13 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

La settima arte a Rossano


La coppetta in acciaio che contiene il mio gelato sta iniziando a sudare visto lo sbalzo termico a cui è sottoposta. Dentro due palline, nocciola e pistacchio. Sono i miei gusti preferiti, sempre uguali da che ne ho memoria, sempre con lo stesso sapore, inconfondibilmente fresco e pastoso. Sono seduto ai tavoli del bar Tagliaferri in piazza Santi Anargiri, di nuovo immerso in racconti e ricordi non miei.

Stavolta quello che mi stranisce è qualcosa che è alla mia destra, affissa sul muro che delimita il palazzo che oggi accoglie il comune. Una grande locandina recita in alto : “Cinema Traforo presenta” e in basso l’immagine di un film:” Indovina chi viene a cena?”

È un periodo fiorente per il cinema e anche per il centro storico di Rossano che, in quegli anni, si faceva pioniere di innovazioni. Basti pensare che nel giro di qualche centinaio di metri si trovavano ben 3 cinema.

Il primo, il più “anziano”, è il “Cinema Teatro Nazionale” che tutti oggi conosciamo come Teatro Paolella. Sorge, ancora ora, nel cuore della città antica, a due passi da Piazza Steri.  Stilisticamente bellissimo, sia prima che dopo la ristrutturazione, emana il fascino del vero teatro ed è qui che trovano spazio pellicole d'autore come " Il Gattopardo" o "il Decameron".

Poi, in Via Prigioni, sorgeva il “Cinema Italia”, da tutti conosciuto come il "Ferrino" - che poi sarebbe FERRINI, per Contardo Ferrini a qui era intitolato- Struttura che si erge nel centro storico di Rossano e che dal 1954 fu gestito dal signor Francesco Mercogliano, meglio conosciuto come Don Ciccio che lo acquistò quando ancora il Cinema Italia  si chiamava “Supercinema”. La personalità di Don Ciccio Mercogliano rifletteva l’amore per il cinema di quei tempi. Elogio e introspezione raffinati ne fa il Prof. Gennaro Mercogliano in un articolo di qualche anno fa sull’editoriale “La Voce”.

Entrando si riesce a cogliere l’aura del primo cinema, quello di Vittorio De sica o di Sergio Leone, ma anche di pellicole storiche come Maciste, Spartacus e Sansone. Se solo la sala potesse parlare, racconterebbe di colpi di pistola, d'inseguimenti furenti, di ronzii di cavalli lanciati al galoppo, di polvere sollevata nelle fughe, di un immaginario western che per anni ha riempito lo schermo e acceso la fantasia di intere generazioni.


Il più giovane dei tre cinema sorgeva al traforo, quartiere da cui prendeva il nome. "Il Cinema Traforo", oltre a essere l’ultimo ad aprire i battenti, era anche il più capiente: 828 posti al coperto, ottocentoventotto sedute in un cinema nel cuore del centro storico di Rossano. D’estate, poi, la piazzola adiacente si trasformava in una sala all’aperto, regalando al pubblico il fascino del cinema sotto le stelle.

La costruzione della struttura era iniziata negli anni Cinquanta, ma fu necessario attendere i primi mesi del 1960 per l’apertura ufficiale, inaugurata con orgoglio dal proprietario Luigi Vittipaldi, già gestore del Paolella. Tecnologicamente più avanzato, il Cinema Traforo contribuiva a restituire al centro storico un’immagine di modernità e benessere, in sintonia con lo spirito e le aspirazioni di quel tempo.

Ma al di là dei numeri, delle date e delle strutture, il cinema era soprattutto altro. Era un gesto, un’abitudine, un’emozione condivisa. Ho provato a immaginare cosa potesse significare il cinema per la gente dell’epoca. A guidarmi sono stati i racconti di mio nonno, macchinista in tutti i cinema del territorio, che ho avuto il privilegio di ascoltare.È da quelle chiacchierate che nasce la certezza che una “pizza” proiettata su un telone bianco avesse la capacità di far sentire tutti meglio, più leggeri, rilassati.


Non tanto per il film in sé, quanto per l’idea stessa di andare al cinema: pagare le 250 lire, sedersi su sedioline richiudibili in legno di ciliegio chiaro. Dai suoi racconti emerge un’emozione collettiva, così intensa che, quando in qualche film di Bruce Lee l’attore faceva la sua prima comparsa, la platea applaudiva e gridava per caricarlo, come se potesse sentirli davvero.

E sempre attraverso quelle parole immagino la fine dell’ultimo spettacolo serale, magari del sabato o della domenica pomeriggio: la processione di gente che torna a casa, qualcuno che si ferma a prendere un vermut al bar, qualcun altro che non riesce a togliersi dalla testa la bellezza di Sofia Loren mentre ne parla con gli amici lungo la via. E poi c’è chi si siede ai tavolini di piazza Santi Anargiri, sulle sedie di ferro leggero, con i tavoli ancora tiepidi della giornata. I camerieri passano avanti e indietro, con i vassoi in mano, schivando le sedie spostate alla meglio e il vociare della piazza.

Qualcuno alza lo sguardo, accenna un sorriso e dice piano: «Un gelato, nocciola e pistacchio».




Dedicato a Luigi Ruffo, grande macchinista e grandissimo uomo.

Fonti:

Articoli del Dott. M. Rizzo ( Informazioni e comunicazioni)

Articolo del Prof. G. Mercogliano ( La voce- L’eco dello Jonio)

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