Maria Costa
- voci coro
- 20 gen
- Tempo di lettura: 4 min
La fede e la rivoluzione
Maria Carmela Costa nacque nel 1904 a Schiavonea. Figlia di Damiano Costa e Rosa Madeo, fu la primogenita di otto figli: Palma, Ermengilda Teresa, Giuseppe, Giorgio, Francesco, Elena e Libera.
Crebbe in una famiglia umile, legata alla terra e al mare, dove il lavoro era il linguaggio quotidiano e la fede il rifugio contro le incertezze della vita.
Fin da bambina, Maria mostrò un’intelligenza vivace e un carattere determinato, qualità che la resero una presenza luminosa e rispettata all’interno della sua casa. In un tempo in cui l’istruzione per le bambine era un privilegio raro, riuscì a completare la quinta elementare, diventando l’unica della sua famiglia a saper leggere e scrivere.
Questa capacità, che oggi potrebbe sembrare semplice, la rese allora una figura centrale per il vicinato. Era, per tutti la voce colta della famiglia, quella che dava forma alle parole e dignità ai pensieri.

Si racconta che, poco prima della morte dei genitori, avvenuta nel febbraio del 1951, Maria lesse per il padre Damiano l’orazione a Santa Brigida. La madre Rosa morì due giorni prima di lui, e Maria, con voce ferma, affrontò quel momento con la forza della fede. Fu il primo atto pubblico della sua maturità: una giovane donna che, tra le lacrime, pregava non solo per i suoi genitori, ma per tutti coloro che rimanevano. Sposò Domenico Pisani, un pescatore di Schiavonea, figlio di Raffaele e Curatolo Maria Rosaria, ma nato in Brasile, dove la sua famiglia si era trasferita in cerca di fortuna. A causa di una grave epidemia di malaria, Domenico e sua madre furono costretti a rientrare in Italia, portando con sé il ricordo di un mondo lontano. Da quell’unione nacque anche un soprannome destinato a diventare leggenda: Maria prese infatti il nome di “Maria i’ Caracch”, derivato da un’espressione affettuosa usata dai parenti di Domenico, associandolo alla parola “caràmba”, che traduce un’espressione sorpresa. Nel dialetto di Schiavonea, quel suono divenne familiare, e tutti la chiamarono così. Dal matrimonio nacquero sette figli: Trieste, Rosetta, Anna, Giorgio, Raffaele, Rosaria e Teresa. Crescerli non fu semplice. Erano gli anni duri della guerra, della povertà, delle privazioni quotidiane.

Ma Maria non si lasciò mai piegare. Con la stessa fermezza guidava la sua famiglia con amore e disciplina. La sua casa era un rifugio e una scuola, un luogo dove si imparava a pregare, a rispettare e a resistere. La vita di Maria si intrecciò presto con la storia della comunità. Negli anni della dittatura fascista e della miseria diffusa, si fece avanti con coraggio, partecipando alle attività di contrabbando che permettevano a molte famiglie di sopravvivere. Si racconta che, quando era necessario, si vestisse da uomo e, con passo sicuro, portasse di nascosto la sardella e la salsa fatta in casa. Era un mestiere pericoloso, riservato agli uomini, ma lei lo faceva con naturalezza, guadagnandosi il rispetto di tutti. In un mondo dove alle donne era concesso poco, Maria scelse la libertà.Negli anni Cinquanta divenne una delle salatrici di sardella più abili di Schiavonea. Le sue mani conoscevano il tempo giusto del sale, la giusta quantità d’olio, la pazienza necessaria per trasformare la sardella in un prodotto d’eccellenza. Le donne del quartiere le chiedevano consigli, e spesso, tra i profumi del pesce e del pepe rosso, si scambiavano confidenze e sorrisi. Lavorare, per Maria non era solo una necessità, era un modo per creare bellezza e per dare senso alla vita.

Ma dietro quella forza c’era anche una profonda spiritualità. Maria era terziaria di San Francesco di Paola: pregava ogni mattina, non mangiava carne il venerdì, e durante la Quaresima chiudeva la carne a chiave, per evitare ogni tentazione.
Partecipava con devozione alla festa dei 25, quando tutta la comunità si riuniva in onore del santo patrono.
La sua fede era autentica, radicata e luminosa, eppure, accanto alla fede, conviveva un animo profondamente politico.
Maria era comunista, convinta che la giustizia sociale fosse un diritto e che la dignità dei lavoratori dovesse essere difesa con coraggio.
Durante il periodo fascista, la sua famiglia fu cacciata di casa e costretta a vivere in una masseria, accusata di essere “rossa”, ma lei non rinnegò mai i suoi ideali. Continuò a credere, a discutere, a sognare un mondo più equo.
La casa di Maria era un luogo di incontro, un crocevia di storie e profumi. In una stanza intera, i peperoni rossi si seccavano appesi come collane di fuoco; poi venivano battuti, “ammaccati”, e ridotti in polvere per la sardella e le varie conserve.
Spesso la sua casa diventava anche una piccola sede politica, dove si discuteva con sindaci o con i rappresentanti del partito calabrese. Maria, con il suo modo semplice ma fermo, sapeva riportare la calma anche nelle discussioni più accese.

Era una donna che sapeva unire mondi diversi: la religione e la politica, la casa e la piazza, la preghiera e la lotta. Non vedeva contraddizione nel credere e nel battersi, nel cucinare e nel discutere. Era l’anima di un tempo in cui le donne cominciavano a farsi sentire non con le parole, ma con i gesti concreti della loro quotidianità. Negli ultimi anni della sua vita, Maria continuò a essere un punto di riferimento per tutti.
Quando morì, il 4 marzo 1978, Schiavonea intera si fermò. Il suo funerale fu enorme: uomini, donne, bambini, compagni di partito e fedeli si riunirono per salutarla. Aveva espresso il desiderio di essere avvolta nella bandiera rossa, simbolo dei suoi ideali comunisti, ma nella bara le fu posta la bandiera italiana. Tuttavia, fu vestita da terziaria di San Francesco di Paola, come segno della sua devozione. Anche in quel momento, il suo corpo raccontava ciò che era stata: credente e rivoluzionaria, devota e libera. Maria Costa, per tutti Maria i’ Caracch, rimane una delle figure più forti e amate della memoria collettiva di Schiavonea. Fu una donna che seppe leggere e scrivere quando le donne non potevano, che lavorò come un uomo quando le donne non dovevano, e che credette nella fede e nella giustizia quando sembravano inconciliabili. La sua vita non cercò mai la gloria, ma lasciò un’impronta profonda, fatta di dignità, di coraggio e di amore. Una donna che, con la semplicità di un gesto e la fermezza di un ideale, ha saputo cucire insieme la storia di un popolo intero.



Commenti