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U Pagghjiar di San Giuseppe

  • Matteo Filocamo
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Tra fede e radici


La figura di San Giuseppe è da sempre legata alla famiglia, alla casa e al focolare domestico, di cui è universalmente riconosciuto come il patrono. Nella tradizione popolare del Sud Italia, e in particolare nei borghi marinari della Calabria, la sua festa non è stata soltanto un momento di devozione religiosa, ma anche un’occasione di incontro, di condivisione e di memoria collettiva. Anche a Schiavonea, infatti, la festività del Santo possedeva anticamente un carattere fortemente folkloristico, che si intrecciava senza alcuna difficoltà con le tradizionali pratiche di pietà popolare, dando vita a momenti che univano fede, comunità e tradizione.

I preparativi iniziavano già il 16 marzo, quando i ragazzini si mettevano all’opera, girando tra i giardini e i cortili delle case vicine per raccogliere scarti di legna e rami secchi che venivano poi legati in fascine. Con quel materiale si costruiva quello che tutti chiamavano “u pagghjiar”, una grande catasta di legna destinata ad essere accesa alla vigilia della festa. Era un momento atteso con grande partecipazione, perché coinvolgeva soprattutto i più giovani, ma allo stesso tempo diventava un’occasione di collaborazione tra vicini, amici e parenti. Secondo la tradizione, “u pagghjiar” veniva acceso la sera del 18 marzo, alla vigilia della festa di San Giuseppe. In quasi ogni vinella del borgo marinaro ce n’era uno: falò che illuminavano le strade e radunavano le famiglie attorno al fuoco. Molte erano le famiglie che si impegnavano a costruirlo e spesso si faceva a gara per realizzare il più alto e il più grande. Quando le fiamme si abbassavano e restava soltanto la brace ardente, arrivava uno dei momenti più attesi: saltare il fuoco. Attorno al pagghjiar si formava un cerchio di persone: i bambini osservavano con curiosità, i giovani si sfidavano con coraggio e gli anziani raccontavano storie del passato, riportando alla memoria episodi di vita del borgo, del mare e della pesca. Spesso quei momenti venivano accompagnati anche da canzoncine popolari in dialetto coriglianese, tramandate oralmente e cantate quasi per gioco, ma con un affetto profondo verso il Santo.


Tra le più ricordate c’erano: “San Giusepp u vecchjiariell,jiva cugghjienn i juriciell,i purtava a ru Bommniell,San Giusepp u vecchjiariell” oppure “San Giusepp u mastr’ r’ascjjiva facienn finestr’ e casc’”

Sin da bambino, in questo periodo dell’anno, mi viene raccontato un episodio che appartiene alla storia della mia famiglia. Riguarda Mamamma i’Pica, la mia trisnonna Russo Maria, di cui ho parlato anche alcune settimane fa. Il 19 marzo, giorno della festa di San Giuseppe, preparava quella che veniva chiamata la “tavula i San Giusepp”, una tavola imbandita non solo per la famiglia ma anche per chiunque passasse da lì. Il piatto principale era quasi sempre lo stesso, nel rispetto della tradizione: lagane e ceci come primo, seguite dal baccalà come secondo. Quel pranzo trasformava la caratteristica Via Pola in un vero e proprio punto di ritrovo. I marinari che passavano si fermavano volentieri a mangiare, perché sapevano che quella tavola era preparata in devozione al Santo e che chiunque sarebbe stato accolto con generosità. Mamamma era una fervente devota di San Giuseppe. Certamente il legame era rafforzato anche dal nome del marito, Curatolo Giuseppe, ma la sua devozione era legata soprattutto ad una storia particolare. Nella casa di famiglia si custodiva infatti una statua in legno di San Giuseppe, realizzata in stile napoletano e risalente alla fine dell’Ottocento. Secondo il racconto tramandato negli anni, la statua era arrivata a Schiavonea via mare, portata da un mercante napoletano che l’aveva trasportata su una delle sue imbarcazioni.

Quella statua divenne presto un punto di riferimento per molte famiglie di pescatori. Quando gli uomini erano in mare e il tempo peggiorava o i pericoli diventavano più grandi, ci si rivolgeva a San Giuseppe con la preghiera, chiedendo protezione e ritorno sicuro. In un borgo marinaro, dove il mare rappresentava allo stesso tempo lavoro, speranza e rischio, la fede diventava una presenza costante nella vita quotidiana. Ancora oggi quella statua è custodita con grande cura. È stata tramandata di padre in figlio e continua a vegliare su Via Pola, diventando non solo un oggetto di devozione religiosa, ma anche un simbolo della memoria familiare e della storia del quartiere. E proprio attraverso queste piccole tradizioni, si racconta una delle storie più belle della nostra comunità. Una storia fatta di fede, di condivisione e di radici profonde, che per fortuna ancora oggi continua ad essere ricordata e tramandata

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