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La Santa Croce

  • Gabriella De Luca
  • 6 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

La cappella dal cielo stellato


Settembre 2020 avevo organizzato Naxos per i miei 30 anni, il primo lungo viaggio da sola. 


Tre settimane nell’”isola dell’abbandono” proprio grazie a quel libro della Gamberale di cui mi ero innamorata più di un anno prima.


Ma la vita spesso prende direzioni che non conosci così a settembre arriva un’altra destinazione da raggiungere: l’Ospedale di Catanzaro a papà è stato diagnosticato il morbo di non Hocking stadio avanzato, bisogna iniziare subito.


Ero abituata a muovermi anche se quei continui viaggi verso l’ospedale pesavano più di 12 ore verso il Nord Italia.


Ma si andava… si andava e tornava, si andava, dormiva e di nuovo a casa. 


La prima volta che il dottore ha pronunciato “il morbo di non hocking” nella mia testa è diventato tutto nero.

Nel buio, senza farmi notare, sono scappata giù dalle scale ed ho iniziato a camminare.

Vivevo alla “Petra” da trent'anni, ma non avevo mai percorso quei dodici km verso la Santa Croce.


Non è mai stato semplice arrivare fin laggiù. Nemmeno a distanza di un anno, sotto il sole cocente, rorida la pelle nella pioggia fresca estiva, nella nebbia di dicembre, nel freddo tagliente di febbraio, e poi di nuovo nel tepore della primavera. 


Ad ogni infinta stagione, quasi tutti i giorni, io ero lì. Rientrando a casa con un frammento di luce e un sapore di vita.


Dal grande cartello in legno “Strada del Crocefisso” in poi ci si imbatte in sei km di dura salita tra villette che sanno di famiglia e distese di nulla dipinte di verde, di giallo e viola.


Quando sei stremata dall’ultima e ripida scalata arrivi davanti a dei grossi gradoni ornati di fichi d’india.



Per ogni scalone una stazione della passione di Cristo fino a raggiungere lei: una piccolissima cappella dal cielo stellato, l’intonaco mangiato dal tempo e un leggio, che dal primo momento è diventato custode delle mie conversazioni più intime.


Fuori, se ancora hai conservato un po’ di ossigeno, è il momento di godersi un panorama perdifiato e la luce bianca del giorno che sorge.


Quel sentiero che Dio aveva scelto per me a distanza di anni mi ha guarito e il 3 maggio del 2022 in quella piccolissima cappella dal cielo stellato ho condiviso uno dei momenti più dolci con quello che sarebbe stato mio marito.


Oggi come allora ritorno lì, i dolori di quel tempo non li porto più come uno zaino pesante sulle spalle che ti brucia la pelle, li ho lasciati lì, tra le pagine consumate di quei quaderni dove quotidianamente accolgono le preghiere di chi decide di affidare a Dio i sentieri interrotti della loro vita. 


Seguo il rito tradizionale che prevede una processione da Santa Maria delle Grazie fino alla cappella per celebrare la santa messa.

Immancabile la famiglia Golluscio custode di questo luogo sacro e i tantissimi fedeli che ogni anno vengono ad onorare questa immensa croce che domina la città di Rossano dall’alto come una madre che non dorme, come qualcuno che resta anche quando tutti se ne vanno.


Tra canti e silenzi, ognuno arriva con il proprio peso e, senza accorgersene, ne lascia un pezzetto.


Poi arrivano i pani benedetti. Si condividono e si distribuiscono per tutte le famiglie.


E infine si torna indietro.


Il sentiero è lo stesso, ma non lo sei tu. Ogni passo in discesa è più leggero, come se qualcosa fosse rimasto appeso tra quelle stelle, tra quelle pagine, tra quelle parole che non hai il coraggio di pronunciare ad alta voce.


E allora capisci che non sei venuta fin qui per chiedere. Sei venuta per lasciare.


E tornare con quello che basta.


Un po’ di pace.

Un po’ di respiro.

Un po’ di luce.


1 commento


Ospite
3 ore fa

Gabi mi hai emozionato (Una pace conquistata camminando nel dolore, dove ogni passo ha trasformato la ferita in luce.)❤️

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