Rosa Sapia
- voci coro
- 6 gen
- Tempo di lettura: 4 min
Un ago contro la tempesta
Nata il 9 aprile 1896 a Corigliano Calabro, da Vincenzo Sapia e Serafina, di origini longobucchesi, Rosa venne al mondo in un tempo in cui la vita era scandita dal lavoro, dalla fatica e dalla fede.
La sua infanzia trascorse tra le voci delle donne che intrecciavano fili di lino e i richiami degli uomini di ritorno dai campi.

Era un’epoca in cui la povertà non era vergogna, ma condizione comune, e la dignità era l’unica vera ricchezza.
Rosa crebbe circondata da un ambiente dove il sacrificio era quotidiano, un valore radicato più ancora che insegnato. I genitori, gente semplice e laboriosa, le trasmisero sin da bambina il senso dell’operosità e della responsabilità, insegnandole che la vita non si misura con ciò che si possiede, ma con ciò che si riesce a costruire con le proprie mani.
Fu in quelle mani, piccole e agili, che prese forma il suo destino: l’ago, il filo e la stoffa divennero i suoi strumenti di libertà e sopravvivenza.
Da giovane sposò Giuseppe Santoro, uomo onesto e generoso, dedito al lavoro nei campi.
Insieme misero su famiglia, una casa modesta ma piena di vita, dove le risate dei bambini si mescolavano al rumore del mare che arrivava fin dentro le finestre. Rosa diede alla luce sette figli: Caterina, Diletta, Antonio, Carmela, Elena, Schiavonea e Anna, che crebbe con dedizione e rigore, trasmettendo loro il valore del rispetto e dell’aiuto reciproco.
La loro esistenza sembrava seguire il corso naturale delle vite di tante famiglie del Sud, fragile, ma stabile, fondato sul lavoro e sulla fede, ma nel 1940, il destino colpì duramente: Giuseppe morì improvvisamente, a causa di una appendicite non curata, una malattia che oggi si risolverebbe con un intervento banale, ma che allora poteva essere fatale.
Rosa rimase vedova in giovane età, con sette figli da crescere e un futuro che improvvisamente si era fatto incerto e spaventoso. Molte donne, al suo posto, si sarebbero lasciate travolgere dal dolore, ma Rosa no.
Lei non si permise nemmeno il lusso di cedere alla disperazione. Rosa decise di trasformare la perdita in forza, di farne il motore della sua rinascita.

Si rimboccò le maniche e, fedele al talento che già possedeva, avviò una piccola sartoria in casa, un laboratorio che divenne nel tempo un punto di riferimento per molte famiglie del borgo. All’interno di quella stanza modesta, posta in Via Gaeta, illuminata da una finestra che dava sulla strada, si ergeva una fila di tre macchine da cucire: una per lei, una per la figlia Elena e una per Diletta, l’altra figlia. Giorno e notte, le tre donne lavoravano fianco a fianco, accompagnate dal ritmo regolare degli aghi che battevano sulla stoffa come un respiro costante, come il battito stesso della loro resistenza. Durante gli anni della guerra, il piccolo laboratorio di Rosa non chiuse mai. Si cucivano indumenti maschili, uniformi, camicie, pantaloni, ma anche i corredi matrimoniali, simbolo di speranza in un tempo di incertezze. Quelle lenzuola bianche, cucite a mano, rappresentavano un gesto di fiducia verso il futuro, un modo per dire che, nonostante tutto, la vita andava avanti. Rosa lavorava instancabilmente, e ogni punto che cuciva era un atto di fede nel domani. Con il suo lavoro riuscì a fare ciò che, per una vedova con sette figli, sembrava impossibile: dare la dote a tutte le sue figlie.Un traguardo immenso, perché la dote, all’epoca, non era solo una tradizione, ma una vera e propria garanzia di dignità e possibilità.
Rosa non voleva che nessuna delle sue figlie partisse svantaggiata o dipendente dalla carità altrui, credeva nel valore del lavoro e nella libertà che esso poteva offrire.
La sua sartoria domestica non era solo un luogo produttivo, ma anche un luogo di incontro e solidarietà.
Le donne di Schiavonea vi si recavano non solo per commissionare un abito, ma anche per confidarsi, per trovare conforto o consiglio. Rosa ascoltava tutte, con quel suo modo dolce ma fermo, e trovava sempre le parole giuste.
Era una guida silenziosa, una di quelle figure che non cercano riconoscimenti, ma che diventano naturalmente punto di riferimento per gli altri.I figli la ricordano come una donna di grande dignità, che non alzava mai la voce, ma la cui sola presenza bastava a riportare l’ordine.
Non aveva studiato, ma possedeva una saggezza profonda, quella che nasce dall’osservazione, dall’esperienza, dalla fatica.

Quando le giornate diventavano difficili, Rosa trovava conforto nella preghiera. Era profondamente devota e ogni sera accendeva una piccola candela davanti all’immagine della Madonna.
La fede, per lei, non era un rifugio, ma una forza.
Non chiedeva miracoli: chiedeva solo di poter andare avanti, un giorno alla volta.
Col passare degli anni, la sua casa divenne un crocevia di generazioni: figlie, generi, nipoti, pronipoti.
Tutti trovavano accoglienza e calore in quelle stanze dove il profumo di stoffa e di sapone si mescolava al caffè e ai racconti.
Rosa non smise mai di cucire.
Anche quando le mani cominciarono a tremare, teneva l’ago tra le dita come un segno d’identità, come se in quel gesto quotidiano fosse racchiuso il senso intero della sua esistenza.
Morì a Schiavonea nel 1984, circondata dall’affetto dei suoi figli e nipoti.
La sua figura rimase viva nella memoria familiare come quella di una donna che aveva saputo trasformare il dolore in dignità, la solitudine in coraggio, il lavoro in arte.
Oggi, ricordarla significa ricordare una generazione di donne che hanno cucito non solo vestiti, ma la trama stessa della comunità.
Rosa Sapia ci insegna che la vera forza non ha bisogno di clamore, che il coraggio può avere la forma di un ago, che la resilienza femminile è spesso fatta di gesti silenziosi e quotidiani.
Nel suo esempio si riconosce un intero universo di donne: madri, vedove, lavoratrici, che con mani stanche ma cuori saldi hanno costruito la storia di Schiavonea e di Corigliano e forse, se oggi chiudiamo gli occhi e tendiamo l’orecchio, possiamo ancora sentire il lieve ronzio delle macchine da cucire di Rosa, mescolato al rumore del mare, un suono antico, che parla di vita, di amore, di speranza.



Commenti