Nel cerchio di Carlo
L'atto rivoluzionario di educare con il cuore
La prima volta che ho varcato la soglia del grande portone marrone della sede del Rossano 1, avevo solo otto anni.
Ad attrarmi erano stati i canti, quelli che ho poi scoperto essere gli urli di squadriglia, il vocio e le risate fragorose che sentivo da casa mia.
La nostra sede, infatti, nel 1998, era sita proprio accanto alla mia casa di famiglia, in quella che oggi è la biblioteca diocesana, difronte "Santa Rocca".
E tutti i sabati, affacciata alla finestra, o anche da dietro i vetri, io sentivo gli scout.
Da quella prima volta, di ventotto anni fa, la mia esistenza è radicalmente cambiata.

Sir Robert Baden Powell, il fondatore dello scoutismo, ebbe l'intuizione geniale di ideare un sistema formativo fondato sulla vita all'aperto, sul gioco, quale strumento educativo, e sulla responsabilità nell'aiutare il prossimo, rodando un ingranaggio perfetto che, ancora oggi come allora, forma cittadini consapevoli, capaci di scegliere senza rimanere indifferenti.
Ed il Rossano 1, in questa storia universale d'educazione, considerato che lo scoutismo è all'attualità diffuso in duecentosedici paesi del pianeta, continua a fare la sua parte, a "giocare il gioco", nel centro storico dell'area urbana di Rossano, da ottant'anni.
Quello scout, infatti, è un metodo che funziona poichè non resta teoria: prende forma e sostanza attraverso le persone che lo incarnano.
Ha una radice profondamente umanista, forse la sua caratteristica più rivoluzionaria: non addestra alla disciplina fine a sé stessa, educa all'umano.
E' una pedagogia dell'essenziale, che spoglia del superfluo per far riscoprire l'essenza delle relazioni, la bellezza della gratuità, la gioia di servire il prossimo senza attendersi ricompense, senza volere ricompense.
Per far riscoprire Dio, negli occhi degli altri.

E per me, ma in fondo per generazioni di ragazzi passati dalla nostra sede, quell’ingranaggio perfetto ha sempre avuto un volto, una voce ed un passo ben precisi: quelli di Carlo.
Carlo non insegnava la vita scout: la viveva, la respirava, la regalava.
Possedeva quell’abilità innata, squisitamente pedagogica, di vedere oltre la scorza di un bambino timido o di un adolescente irrequieto.
Nel suo modo di fare non c’era mai l’autorità calata dall’alto ma quella speciale regia educativa capace di guidare rimanendo un passo indietro.
In un mondo che spesso ci chiede di essere perfetti e performanti, usava il metodo scout per insegnarci che avevamo il diritto di sbagliare, di fare nodi allentati, di piantare male un picchetto e di non leggere bene una cartina topografica, perché era proprio da quell’errore che nasceva la nostra consapevolezza.
La sua era maieutica pura: la capacità di portarti a scoprire da solo le risposte e di farti sentire, in questo percorso di scoperta, importante, visto, capace e amato.
In questo, ho poi compreso, non faceva altro che applicare la regola aurea di B.P.: “ask the boy”.
Chiedi al ragazzo.
Un principio che all’apparenza sembra banale ma che, in realtà, costituisce la vera chiave di volta: non si tratta di riempire un sacco vuoto con nozioni e ordini, ma di gettare un amo nel profondo di ogni ragazzo per tirarne fuori il meglio.
Spingerlo ad apprendere da sé, attraverso il fare, facendogli accettare il rischio del fallimento; incitarlo a conoscersi, sperimentando e senza tenere le mani in tasca.
Questo approccio spiazza, destabilizza, ma alla fine libera: perché quando un ragazzo capisce che la riuscita del gioco della vita dipende davvero dalle sue scelte, smette di subire la realtà ed inizia a progettarla.

E in una società che spesso anestetizza i desideri, che spinge all'individualismo o, al contrario, all'omologazione silenziosa, allenare i ragazzi a discernere ed a scegliere costituisce l'atto più politico, sociale e rivoluzionario che si possa compiere.
Per questo motivo la storia del Rossano 1 non si è fermata, né si fermerà.
Quell’ingranaggio perfetto, oliato anche dalla passione di Carlo, continua a girare, giorno dopo giorno, sabato dopo sabato, passo dopo passo.
I passi dei ragazzi che oggi abitano la nostra sede e che sono la prova tangibile che quel metodo, così profondamente umano e rivoluzionario, è più vivo che mai.
Per far sì che continui, però, c’è un bisogno silenzioso e profondo, nelle storie del nostro territorio, di adulti che abbiano ancora il coraggio di farsi fratelli maggiori.
Persone pronte a investire il proprio tempo non per insegnare a vivere, ma per sedersi attorno ad un fuoco, fare spazio ai giovani e guardare il mondo attraverso i loro occhi.
Se anche tu, oggi, senti il richiamo di quel vocio che attraversa i muri del grande portone marrone, se dietro i vetri delle tue finestre avverti la voglia di non restare indifferente, sappi che c'è un posto che ti aspetta in questo cerchio.
Si chiama scoutismo.
Questa mia storia è dedicata a Carlo Perciavalle,
amico, educatore e capo scout,
per ringrazialo ancora,
ancora,
e ancora.




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