Gonzaniani
- Carmen Esposito
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 5 min
Imparare a "non arginare l'amore"
Dicembre 2019.
Mio fratello mi invita a trascorrere insieme la vigilia di Capodanno. "E cosa rende rilevante questo evento?" vi chiederete. Serve una contestualizzazione.

Quel Capodanno si sarebbe festeggiato nel Seminario San Luigi Gonzaga, nel centro storico di Rossano, con i suoi amici, che facevano parte di un gruppo di animatori, «I Gonzaniani», formato da ragazzi delle varie parrocchie del centro storico e nato da pochi anni. Ad organizzare la serata era stato don Domenico, un giovane sacerdote che aveva molto a cuore i giovani del territorio e che all'epoca era il riferimento del gruppo.
Molti ragazzi, sentendo parlare di seminario, parrocchie e sacerdoti, storcerebbero il naso, cosa che in parte feci anch'io. Nonostante la titubanza iniziale, decisi di accettare l'invito e il motivo principale era rendere felice mio fratello, che da anni cercava di avvicinarmi a loro. In fondo, io in quella storia non c'entravo molto. Erano i suoi amici, il suo gruppo, il suo mondo. In quel contesto di sacerdoti, Dio e preghiera, mi ritrovai, però, a vivere una serata semplice, fatta di risate, canti, balli, giochi, scherzi e condivisione. Tutto molto diverso da ciò che mi sarei aspettata.
La cosa che più mi rimase impressa fu il modo in cui aspettammo la mezzanotte. Eravamo in
una piccola cappella, illuminata soltanto dalla luce delle candele, e vivemmo un momento di riflessione personale sulla fine dell'anno e sull'inizio di uno nuovo. Ognuno affidò la propria riflessione a Dio, scrivendola su un pezzo di carta che poi venne bruciato. Ora non ricordo cosa scrissi su quel foglio. Ricordo, però, la sensazione che provai in quel momento. Per la prima volta mi sembrò di poter lasciare andare qualcosa di mio, senza doverlo spiegare o trattenere per forza. E quella sera, uscendo da quella cappella, tra gli occhi commossi e pieni di gratitudine di quei ragazzi, mi sentii più leggera e, allo stesso tempo, più piena.

Ricordo soprattutto di essere uscita con una domanda: cosa legava così tanto quei ragazzi tra di loro e cosa li legava così profondamente a Dio? Li guardavo e avevo la sensazione che condividessero qualcosa che a me mancava. Non sapevo ancora cosa fosse, ma per la prima volta mi ritrovai a desiderare di capirlo. All'epoca ero nel pieno dei miei studi universitari in Biologia e guardavo la Chiesa e la fede con molto scetticismo. Eppure, quella serata continuò a tornarmi in mente. Così, quando mi venne proposto di partecipare a uno dei loro incontri settimanali, accettai. Poi venne un altro incontro, e un altro ancora. All'inizio andavo per curiosità. Poi iniziai ad andarci perché lì stavo bene. Erano una boccata d'aria in un periodo molto particolare della mia vita. Mi colpivano le domande che ci venivano poste, i dubbi che emergevano e il fatto che nessuno pretendesse di avere sempre la risposta giusta, ma era solo la propria risposta a domande importanti. Mi colpiva la preghiera, che lentamente diventava un rifugio, e mi colpiva soprattutto il gruppo, che mi accoglieva senza chiedermi di essere diversa da quella che ero. Con il tempo, grazie a loro, ho capito cosa fosse per me la fede: non credere ciecamente a qualcosa, ma continuare a porsi domande, avere il coraggio di cercare risposte e scegliere ogni giorno di mettersi in gioco. E quasi senza accorgermene smisi di sentirmi un'ospite. Quel gruppo, che all'inizio era il gruppo di mio fratello, stava diventando anche il mio. Passarono i primi mesi e arrivò quello che per i ragazzi era il momento più atteso dell'anno: l'Estate Ragazzi.
Nel centro storico questa esperienza nacque proprio grazie a loro, nel 2017, quando il gruppo non si chiamava ancora «I Gonzianiani», ma aveva già fatto proprio ciò che sarebbe poi diventato il suo motto: «Non arginiamo l'amore». Quando il gruppo si costituì ufficialmente, prendendo il nome da san Luigi Gonzaga, protettore dei giovani, era formato da ragazzi pieni di entusiasmo e da sacerdoti che avevano creduto in loro e li avevano accompagnati passo dopo passo. Tra questi, oltre a Don Domenico, che aveva dato vita a questa piccola sfida, una figura di riferimento era ed è Don Pietro, parroco della Cattedrale e presenza costante nella vita della comunità. Grazie a loro, ai sacerdoti che negli anni si sono susseguiti, agli educatori e agli animatori, quest'anno siamo arrivati alla decima edizione dell'Estate Ragazzi.

Agli occhi di molti potrebbe sembrare una cosa di poco conto, ma per chi vive nel centro storico da anni e per me, che da bambina e da adolescente non ho avuto la possibilità di vivere esperienze di questo tipo, è un motivo di grande orgoglio.
Mio fratello faceva parte di quel primo gruppo di ragazzi che, guidati da don Domenico, aveva deciso di regalare ai più piccoli del centro storico questa esperienza. Ricordo che, durante le mattine di giugno, mentre ero sui libri a studiare, il silenzio del paese veniva interrotto dalle urla, dalle risate, dai canti e dai «Vai, belli!».
Era qualcosa di completamente nuovo, per me e per il paese. Nell'estate del 2020 partecipai per la prima volta all'Estate Ragazzi e fu una delle esperienze più belle della mia vita. Fino a quel momento avevo scoperto un modo diverso di guardare la fede. In quelle settimane, invece, la vidi prendere forma davanti ai miei occhi.
Capii perché mio fratello riuscisse ad alzarsi alle 7:30 ogni mattina, nonostante andasse a dormire tardi. Capii perché rinunciasse al mare e al riposo. E capii perché, pur tornando a casa sudato, sporco di terra, pieno di tempera, bagnato da testa a piedi e senza voce, avesse sempre gli occhi pieni di gioia.
Capii che la fede di cui avevamo parlato durante gli incontri era anche questa: spendere il proprio tempo per gli altri, mettersi a disposizione, gioire della gioia di un bambino, sentirsi responsabili di una comunità.
Più passava il tempo, più mi rendevo conto che non mi ero affezionata soltanto alle attività che facevamo insieme. Mi ero affezionata alle persone. Al loro modo di esserci gli uni per gli altri. Al loro non tirarsi indietro. Al fatto che ci fosse sempre un posto per chi arrivava.
Senza accorgermene, avevo smesso di osservare tutto questo dall'esterno. Capii che ciò che mi aveva colpito fin dal primo giorno non era soltanto quello che facevamo insieme, ma il modo in cui stavamo insieme. Ero diventata parte di quel «noi» che per tanto tempo avevo osservato da fuori. E quel «Non arginiamo l'amore», negli anni, è diventato anche parte del mio modo di essere. In questi anni sono cambiate tante cose.
I volti dei bambini sono diventati i volti degli animatori. Qualcuno se n'è andato, qualcuno è tornato e qualcuno è rimasto. Quello che non è cambiato, però, è la gioia che il centro storico respira quando quei ragazzi indossano la loro maglietta.

Al centro c'è una sola parola: «Amore».
Ed è proprio quella parola a muoverli, forse senza che nemmeno se ne rendano conto. Per qualche settimana il paese si riempie di voci, di musica e di risate, e quei ragazzi riescono a essere luce per i bambini, per chi li accompagna e anche gli uni per gli altri. Ripenso spesso a quella sera di dicembre del 2019. Accettai quell'invito quasi per caso. Non potevo sapere che, quella sera, stavo entrando in un mondo che sentivo lontanissimo da me. Non potevo sapere che, poco alla volta, quel mondo sarebbe diventato anche il mio.
A volte si entra in un posto da invitati e, senza accorgersene, si finisce per restarci perché lì si è trovato qualcosa che non si sapeva di stare cercando.
Per me, quel qualcosa, è stata una comunità. E, in fondo, una casa.



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