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La festa di un popolo

Gli uomini che hanno costruito la memoria della Madonna della Neve


La Festa della Madonna della Neve non è mai stata soltanto una ricorrenza religiosa. Per Schiavonea è sempre stata il momento in cui un intero paese ritrovava sé stesso. Per cinque giorni le strade cambiavano volto, le case si riempivano di parenti tornati da lontano, i pescatori lasciavano il mare per stringersi attorno alla loro Patrona e ogni famiglia, nel proprio piccolo, cercava di dare un contributo perché la festa riuscisse nel migliore dei modi. Oggi molte di quelle persone non sono più tra noi e tante tradizioni si sono inevitabilmente trasformate. Proprio per questo ho sentito il bisogno di raccogliere le loro voci. Non per raccontare soltanto come si organizzava una festa, ma per custodire la memoria di una Schiavonea che viveva di fede, sacrificio e solidarietà. Le pagine che seguono sono il frutto dei ricordi di figli e familiari di uomini che hanno dedicato una parte della loro vita alla Madonna della Neve, affinché il loro impegno continui a vivere anche attraverso le loro parole.


Tra i primi nomi che è doveroso ricordare vi è quello di Marino Curatolo, uno degli uomini che già negli anni Sessanta si prodigava nella questua e nell’organizzazione della festa. Erano anni in cui non esistevano grandi mezzi economici e tutto si costruiva grazie alla generosità della gente. Si bussava alle porte con umiltà, si percorrevano le campagne e le contrade, certi che nessuno avrebbe negato un’offerta alla Madonna. Ogni moneta raccolta aveva il valore di un sacrificio e rappresentava il desiderio di vedere il proprio paese vestito a festa. Quel gesto ha rappresentato il primo mattone di una tradizione che sarebbe stata raccolta e portata avanti dalle generazioni successive.


Tra coloro che ereditarono quello stesso spirito vi fu Nicola Curatelo, ricordato con profondo affetto dal figlio Natale. «Mio padre era un grande devoto, con grande passione. La festa era sentitissima», racconta. Nicola faceva parte di quella generazione di uomini che viveva la preparazione della festa quasi come una missione. Nei mesi precedenti il 5 agosto si respirava un’atmosfera diversa in tutto il paese: si parlava degli addobbi, dei cantanti, della processione e di come rendere quell’anno ancora più bello del precedente.

Natale ricorda anche la gioia dell’infanzia. «Da bambini si metteva qualcosa da parte, i genitori compravano gli abiti nuovi.» Per i ragazzi indossare un vestito nuovo il giorno della Madonna significava partecipare a qualcosa di speciale. Erano giorni vissuti con impazienza, nei quali ogni famiglia cercava di prepararsi al meglio.

Anche il mare partecipava alla festa. «Ogni capo paranza dava una certa somma», ricorda ancora Natale. I pescatori contribuivano con offerte importanti, consapevoli che la Madonna della Neve era la loro protettrice. Grazie a quella straordinaria generosità il comitato riusciva a regalare a Schiavonea spettacoli che sembravano impensabili per un piccolo borgo marinaro. Sul palco salirono artisti come Orietta Berti, chiamata subito dopo il Festival di Sanremo, Mino Reitano, Peppino Di Capri, Marcella Bella, Franco Simone, Little Tony e Anna Oxa. Ogni concerto era una festa nella festa e richiamava migliaia di persone da tutto il comprensorio, trasformando Schiavonea nel centro dell’estate ionica.


Tra gli uomini che hanno scritto una delle pagine più importanti della storia recente della festa spicca senza dubbio Tonino Santoro, ricordato dalla figlia Annamaria. «La sua anima e la sua straordinaria forza si concentravano, in modo del tutto speciale, nella preparazione e nella realizzazione della festa dedicata alla Madonna della Neve.» Dietro quei cinque giorni di celebrazione si nascondeva un lavoro che durava mesi. Con il sostegno di Padre Anselmo Pedrolo, Tonino riuscì a creare un gruppo di collaboratori affiatato composto, tra gli altri, da Giuseppe Celestino, Vincenzo De Luca, Giorgio Visca e Achille De Gaudio.

Con la sua immancabile borsa sotto il braccio percorreva Schiavonea, le aziende del territorio, i pescatori, i commercianti e le famiglie, raccogliendo le offerte necessarie alla riuscita della festa. Ogni contributo, piccolo o grande che fosse, veniva accolto con gratitudine. Tonino seguiva personalmente anche i rapporti con le autorità, organizzava le processioni, preparava gli spettacoli e introdusse diverse novità che coinvolsero l’intera comunità. Nei cinque giorni della festa trovavano spazio anche l’albero della cuccagna, le attività dedicate ai bambini e il celebre percorso gastronomico del 3 e 4 agosto, durante il quale le famiglie preparavano piatti tipici, pesce, melanzane e dolci della tradizione. Il ricavato veniva destinato ai più bisognosi, dimostrando come la festa fosse anche un momento di solidarietà.



Accanto a lui lavorava instancabilmente Vincenzo De Luca, ricordato dalla cognata Emilia. Durante il periodo della festa sembrava dimenticare perfino la propria casa. «Cominciavano presto e andavano nelle contrade», racconta, ricordando le interminabili giornate dedicate alla questua insieme a Tonino. Dalla mattina fino a sera attraversavano Schiavonea e le campagne circostanti, incontrando famiglie, pescatori e commercianti. Vincenzo portava sempre con sé una borsa di cuoio nella quale custodiva offerte, ricevute e documenti. Era lì che venivano preparati anche i pagamenti destinati agli artisti che si sarebbero esibiti sul palco. Non amava stare sotto i riflettori: preferiva lavorare dietro le quinte, assicurandosi che ogni dettaglio fosse perfetto. Era profondamente devoto alla Madonna della Neve e il suo legame con la chiesa fu testimoniato anche dal fatto di essere uno dei padrini della fusione di una delle campane della nuova chiesa.


Un altro volto che riaffiora con forza nei ricordi è quello di Antonio Martilotti, detto Cosciarone, raccontato dal figlio Franco. «È sempre stata una grande festa, sia religiosa sia popolare, perché la gente un tempo si voleva bene, era unita e c’era tanto rispetto.» Franco ricorda una Schiavonea senza cellulari, ma piena di persone che si incontravano per strada e vivevano insieme ogni momento della festa. Molti emigrati tornavano dall’estero proprio nei primi giorni di agosto e, con le loro telecamere, filmavano il passaggio della Madonna per portare quei ricordi nelle loro nuove case. Antonio era profondamente legato alla Patrona. In casa, racconta Franco, «in ogni cassetto trovavi sempre le immaginette della Madonna della Neve e in ogni stanza c’era un sacchetto per le offerte». Nei giorni della festa andava perfino incontro ai vacanzieri per raccontare loro l’importanza di quella celebrazione e invitarli a dare un contributo. I pescatori continuavano a dimostrare una generosità straordinaria, arrivando a donare tra le duecento e le cinquecentomila lire per ogni imbarcazione.


Il ricordo più intenso rimane quello dell’anno in cui il peschereccio San Francesco di Paola, appartenente alla famiglia Martilotti, ebbe l’onore di trasportare la Madonna durante la processione a mare. «L’emozione in famiglia era altissima.» Le donne prepararono cullurielli, grispelle e il tradizionale fritto da offrire a tutti. Sul peschereccio salirono il parroco, il sindaco, la Capitaneria di Porto e numerosi fedeli; subito dietro seguiva la barca della banda musicale, mentre tutta la flotta dei pescherecci e dei piccoli vuzzarielli accompagnava la Madonna. «Camminando al largo, tutti i lidi sparavano i fuochi d’artificio per salutare la Madonna: era tutto bellissimo ed emozionante.» La sera, dopo il grande concerto in piazza, l’intero paese si ritrovava sulla spiaggia con lo sguardo rivolto al cielo. «Ogni botto lo si guardava dalla spiaggia con la testa alzata per vedere se c’era qualche novità nei colori, e si sorrideva tutti insieme.».


Forse è proprio questa l’immagine che più di ogni altra racconta la Schiavonea di allora: un paese intero che lavorava per mesi senza chiedere nulla in cambio, che si emozionava davanti al passaggio della Madonna, che alzava gli occhi al cielo durante i fuochi d’artificio e che, almeno per qualche giorno, dimenticava ogni differenza per sentirsi una sola grande famiglia. Custodire questi ricordi significa custodire la nostra identità, perché finché qualcuno continuerà a raccontarli, quella Schiavonea non smetterà mai di vivere. Queste persone rappresentano il fondamento della nostra storia. Con il loro esempio, il loro sacrificio silenzioso e il loro amore incondizionato per la Madonna della Neve hanno costruito una tradizione che ancora oggi continua a vivere. Hanno dedicato tempo, energie e spesso anche una parte della loro vita perché Schiavonea potesse ritrovarsi, ogni anno, unita attorno alla sua Patrona.


Ricordarli non significa soltanto rendere omaggio alla loro memoria, ma anche custodire un patrimonio di valori fatto di fede, appartenenza, solidarietà e amore per la propria comunità.


Se oggi la Festa della Madonna della Neve continua a emozionare migliaia di persone, è anche perché cammina sulle orme di chi ci ha preceduti. A noi resta il compito più importante: custodire questi ricordi, raccontarli a chi verrà dopo di noi e fare in modo che i nomi, i volti e le storie di queste persone non vengano mai dimenticati. Perché un popolo che conserva la memoria delle proprie radici è un popolo che non smette mai di guardare con speranza al proprio futuro.


 
 
 

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1 commento


Ospite
2 giorni fa

OTTIMO RACCONTO E LA PRIMA VOLTA CHE LEGGO LA STORIA DELLA MADONNA DELLA NEVA.

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