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Maria Russo

  • Immagine del redattore: voci coro
    voci coro
  • 23 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

La donna che sfidò il mare


Nata a Corigliano Calabro il 23 maggio 1889 da Ventura e Rosa, entrambi originari di Cariati, Maria Russo crebbe in una famiglia semplice, legata ai valori del lavoro, della fede e del rispetto.

Era l’unica figlia femmina tra quattro figli, Ignazio, Cataldo e Leonardo, e questo la rese fin da bambina una figura speciale all’interno del nucleo familiare.


Cresciuta tra il rumore del mare e il profumo della terra, imparò presto che la vita, a Schiavonea, si fondava su due pilastri: il sacrificio e la dignità.I fratelli le insegnarono il senso dell’impegno e della solidarietà, e da loro apprese anche la fierezza di appartenere a una comunità che viveva del proprio sudore.


Nel 1908, appena diciannovenne, sposò Giuseppe Carmine Curatolo, pescatore di mestiere. Il matrimonio si celebrò secondo le tradizioni del tempo, con una cerimonia semplice ma sentita.

Maria si stabilì con il marito in una delle zone più caratteristiche e identitarie del borgo marinaro, Via Pola, nei pressi dell’attuale Piazzetta Portofino.Era una strada viva, brulicante di bambini, donne che chiacchieravano sugli usci e uomini che partivano all’alba con le barche.

Lì, in quella casa umile ma piena di vita, Maria crebbe i suoi otto figli: Marino, Nicola, Scolastica, Concetta, Salvatore, Ventura, Rosaria e Francesco.

Era una madre presente e risoluta, severa ma affettuosa, che portava avanti con orgoglio e senso del dovere la propria missione di moglie e di madre.

Le sue giornate erano scandite dal ritmo del mare: sveglia prima dell’alba, messa al lavoro, preparazione del pane, cura dei figli e attesa del ritorno del marito e dei pescatori.

In un mondo in cui il destino di una donna sembrava già scritto, Maria trovò la propria forza nella costanza, nella fede e nella responsabilità.

Ma la sua esistenza cambiò drammaticamente con un episodio che avrebbe segnato per sempre la vita familiare.

Un giorno, suo figlio Salvatore, ancora bambino, accompagnò il padre Giuseppe e i fratelli in mare.Era una giornata apparentemente tranquilla, ma improvvisamente un’onda violenta rovesciò la barca e il piccolo cadde in acqua.


Il panico fu immediato.

I fratelli riuscirono a salvarlo, ma Giuseppe, sconvolto dall’idea di aver potuto perdere il figlio davanti ai propri occhi, non si riprese mai più. La paura lo colpì come un fulmine: il suo corpo, come paralizzato da quel terrore, non tornò mai a muoversi normalmente.

Da quel giorno, Giuseppe iniziò a non camminare più. Rimase infermo fino alla morte, prigioniero di una paura che si era fatta carne.

Maria, invece, non si arrese.

In un’epoca in cui le donne non uscivano di casa senza un motivo, lei ruppe gli schemi e il silenzio, prendendo sulle proprie spalle l’intero destino della famiglia.

Imparò l’arte della pesca, riparava le reti con abilità, si occupava delle barche e, quando necessario, saliva lei stessa a bordo, insieme ai figli, affrontando le onde e il giudizio della gente.Perché, in un mondo di uomini, vedere una donna tra i pescatori era una piccola rivoluzione.

Maria non lo faceva per ribellione, ma per sopravvivenza.

Ogni giorno lottava contro la miseria, contro la fatica, contro le convenzioni sociali che volevano la donna chiusa in casa, a servire in silenzio.

Negli anni che seguirono, Maria divenne una figura di riferimento: laboriosa, rispettata, dotata di quella forza calma che solo le donne del mare possiedono.

Quando Giuseppe morì, il 14 febbraio 1954, dopo anni di sofferenza, lei non si lasciò travolgere dal dolore.

Continuò a guidare la famiglia, a essere un punto fermo per i figli e per i nipoti.

Nella sua casa, modesta ma accogliente, non mancava mai un gesto di generosità.

Chiunque bussasse trovava un piatto caldo, una parola gentile, un consiglio.

I nipoti la ricordano ancora con dolcezza: una donna che indossava sempre la gonna tradizionale, la “farigghjia”, nella cui tasca custodiva noci, caramelle e piccoli doni per i bambini.



Quel gesto la racconta meglio di mille parole: Maria sapeva donare anche quando aveva poco, e nel suo modo di amare c’era sempre una misura di generosità spontanea e dignitosa.

Devota a San Giuseppe, il santo del lavoro umile e della famiglia, teneva nella sua casa una statua pregiata del XVIII secolo, proveniente da Napoli, che trattava come un membro della famiglia. La sera, dopo una giornata di fatica, lo pregava in silenzio, ringraziando per ciò che aveva e affidando al cielo le preoccupazioni che non mostrava a nessuno.

Quella statua è ancora oggi custodita con devozione dai suoi discendenti ed è un simbolo di continuità, di fede e di amore tramandato nel tempo.

Maria Russo morì il 27 ottobre del 1974, circondata dall’affetto dei suoi figli e nipoti.

Se ne andò in silenzio, come aveva vissuto, lasciando dietro di sé una scia di ricordi e di esempio.

Nel racconto dei più anziani, Maria vive ancora: nella forza delle donne che sono venute dopo di lei, nella memoria di un quartiere che porta il suo nome sulle labbra, e in quel soprannome che è diventato quasi leggenda: “Za Maria a’Pica”.

La chiamavano così per via della pelle scura, come la pece, segnata dal sole e dal mare.

Ma quella pelle raccontava anche la sua storia: una vita trascorsa all’aperto, tra vento e sale, tra il dolore e la speranza.

“Pica” non era solo un nome affettuoso, era un titolo di rispetto, il segno di una donna che aveva trasformato la sua condizione di marginalità in una testimonianza di resilienza e umanità.


Oggi, la sua figura si staglia come un faro nella memoria collettiva della famiglia Curatolo e, più in generale, nel cuore di Schiavonea. Era una di quelle donne che non hanno mai scritto una riga, ma la cui vita è diventata una pagina di storia orale, tramandata di voce in voce, di madre in figlia, fino ad arrivare a noi.

Maria Russo è la prova che la grandezza non si misura con la ricchezza o con il potere, ma con la capacità di resistere, di amare e di dare senso al dolore.

E in questo, la Pica rappresenta perfettamente il coraggio silenzioso delle donne del mare, la forza invisibile che ha retto le famiglie, i borghi e le generazioni, perché dietro ogni uomo che affrontava le onde, c’era sempre una donna che, a terra, teneva fermo il timone della vita.

Maria Russo, con la sua pelle bruna e il suo sguardo fiero, è una di quelle donne che non si dimenticano.



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