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San Francesco di Paola

  • Gabriella De Luca
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Tra fede e radici


Quando, quasi sette mesi fa, ho scoperto di essere incinta, non avrei mai immaginato che mia figlia si sarebbe chiamata così.

Il nome di una nuova vita è un destino o una condanna. È questo che mi è rimasto dentro ascoltando il podcast “Voce ai Libri” con Rosanna Turone, autrice di Santa: “un nome senza possibilità”.


E da allora che spesso mi fermo e penso all’importanza dei nomi.

Anche nella Bibbia, Dio dà al primo uomo un nome preciso: Adamo. Dalla stessa radice di adamah, terra.

«allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen2, 7).

Come a dire che siamo fatti della stessa sostanza delle cose che calpestiamo, fragili e vivi insieme.


Un nome che non è solo identità, ma origine. Destino.

E forse è proprio da qui che si arriva a lui.

A San Francesco di Paola, perché il nome che abbiamo scelto per nostra figlia è Francesca Achiropita.

Niente è casuale.



La gravidanza, come accade a tante, non è stata semplice. Ci sono stati momenti di paura, giorni difficili e attese che sembravano non finire mai. E allora ci siamo affidati. Alla preghiera, a Dio, al solo che potesse tenerci e darci quella forza che da soli non riuscivamo a trovare.


Un giorno, la nostra guida spirituale ci ha invitati a partecipare a uno dei 13 venerdì di San Francesco di Paola. Una pratica devozionale antichissima voluta proprio dal Santo.

Io quel luogo lo conoscevo già ma i miei occhi ora sono diversi e ho vissuto tutto sotto una luce nuova, quella della prima volta.


A guidarci è stato Frate Alfonso che con fede profonda e una leggerezza rara ci ha accompagnati dentro la storia del Santo.


Tra i gesti più intensi, abbiamo bevuto alla “cucchiarella”, un rito che affonda le sue radici in uno dei miracoli più suggestivi di San Francesco di Paola.

Secondo la tradizione, il Santo fece sgorgare una fonte d’acqua destinata a non esaurirsi mai, un’acqua che ancora oggi mantiene una caratteristica straordinaria: il suo livello resta costante in ogni stagione, estate e inverno, come se fosse sottratto alle leggi del tempo e della natura. Un segno che, per i fedeli, continua a testimoniare la presenza viva del Santo.

È un gesto umile, quasi domestico, che riflette perfettamente lo spirito di San Francesco: essenziale, vicino agli ultimi, concreto.


E poi il bacio al simulacro, quasi a chiudere il cerchio: prima si accoglie il dono, poi si restituisce devozione.


Ed è proprio alla fine di quella lunga giornata che è nato il nome Francesca in quel venerdì dedicato all’amore di San Francesco di Paola verso il prossimo.


La devozione calabrese è così: non resta sospesa nelle parole. Passa dal corpo, dai gesti, dalle mani. È concreta, condivisa, viva.


E ogni anno, a Corigliano, tutto questo ritorna.


La fine di aprile non è solo una data sul calendario. È un tempo riconoscibile nell’aria, nei vicoli addobbati, nelle luci che iniziano a comparire tra le strade del centro storico. È la settimana dedicata a San Francesco di Paola, patrono della città, e con lui si rinnova un legame antico, fatto di fede, memoria e gratitudine.


Il 25 aprile non è scelto a caso. È memoria di un terremoto, quello del 1836, che risparmiò Corigliano dalle distruzioni peggiori. E da allora, quella salvezza è diventata promessa. Un voto collettivo che ogni anno si rinnova.


Per questo si festeggia.Per questo si torna.


Perché in fondo, ogni volta che torniamo, torniamo anche a noi stessi. Alle nostre radici. A ciò che ci tiene.

E allora capisco che forse la domanda iniziale non ha davvero bisogno di una risposta. Un nome non è solo destino, non è solo condanna.

È una radice.

Qualcosa che affonda nella terra da cui veniamo, quella stessa adamah da cui tutto ha avuto inizio, e da lì continua a crescere ogni volta che qualcuno ricorda, attraversa o racconta la sua storia.


E Corigliano, forse, esiste proprio così.

Nel gesto di chi torna. Nel nome che si tramanda. In quella fede che non ha bisogno di spiegazioni, ma solo di essere vissuta.

Perché se è vero che adamah è terra, allora anche questa terra, la nostra, porta dentro i nomi di chi l’ha attraversata, custodita, amata. E tra questi nomi, quello di San Francesco di Paola non è solo memoria: è presenza.


È il filo invisibile che tiene insieme le storie, che attraversa i secoli e arriva fino a noi, fino a una bambina che porta il suo nome senza saperlo ancora. Fino a una città che, ogni anno, si riconosce e si ritrova nello stesso gesto collettivo.

Francesca Achiropita non è solo un nome scelto in un giorno di preghiera. È un filo che lega una nuova vita a una storia antica.

E forse è proprio questo il senso: non siamo noi a dare significato ai nomi.

Sono i nomi che ci riportano a casa.

 
 
 

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